.:STORIA DI VIESTE DEL GARGANO - ANTICHE TRADIZIONI E LEGGENDE SU VIESTE:.

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.:Storia di Vieste:.

Vieste nella preistoria

Le origini di Vieste si perdono nella notte dei tempi. Fin dal Paleolitico l'uomo fu presente su tutto il territorio, perchè‚ qui vi trovò l'habitat ideale: clima mite, sorgenti di acqua potabile, terreno ferace con abbondanza di frutta e con ricchezza di selvaggina stanziale e migratoria e, lungo la costa, innumerevoli insenature con ricca varietà di pesci. Le zone di maggiore frequentazione furono quelle di Vallecoppe, Campi, Costella, Puntalunga, Macchione, Passo dell'Arciprete, Sfinalicchio e tantissime altre ancora. L'uomo lavorò la selce, cosparsa su tutto il territorio, costruendovi gli strumenti di lavoro, di caccia e di difesa.

L'impianto maggiore dell'industria dei manufatti litici è stato rinvenuto, pochi anni or sono, a circa tre chilometri da Vieste, in contrada Defensola, con la scoperta della miniera di selce, definita una delle più grandi d'Europa. Nei pressi del Castello e sulla Punta di S. Francesco sono ancora visibili resti di tombe dell'Età del Ferro, mentre il dolmen che vi era in contrada Molinella, è andato irrimediabilmente distrutto, circa venti anni fa.

Vieste nella Storia Antica

Durante i lavori di sbancamento dei terreni e durante gli scavi per le fondazioni di nuovi edifici, sia all'interno del paese che nelle immediate vicinanze, vale a dire su un territorio più ampio di quello occupato dall'odierna Vieste, sono affiorate testimonianze di abitazioni e, ultimamente, anche di uno stabilimento termale, risalenti al periodo pre-romano.

Oggi si è orientatati ad identificare questa città sepolta con l'antica Uria (sec. VI a.C.), ricordata da vari autori greci e latini, come Strabone, Dionisio Libico, il Perigeta, Plinio, Tolomeo, Pomponio Mela. La maggiore testimonianza viene data dalla scoperta del tempio della Venere Sosandra (avvenuta nel 1987) in una grotta scavata sull'isolotto di S. Eufemia (su cui è ora ubicato il Faro) e citato da Catullo nel Carme 36, sulle cui pareti sono state incise, da parte di marinai, numerose dediche alla dea, in greco e in latino, databili tra il III sec. a.C. e la tarda età romana.

Intorno a questa città vi erano altri insediamenti umani, come quello di Apeneste (sec. II d.C.), ricordata da Tolomeo, e da ricercarsi, a sud di Vieste, nella zona di S. Salvatore, sul cui territorio sono sparse centinaia di tombe a cassette. A Nord-Ovest, invece, prospiciente il Piano Grande, vi erano le ville romane di Merino e Fioravanti, realizzate senz'altro con le leggi romane "Sempronia" e "Julia". Questi centri erano dediti esclusivamenti alle attività agricole e alla pastorizia e il commercio avveniva tramite i porti di Campi e di Porto Greco per Apeneste e con quello di Scialmarino per le ville.

Nel Museo Civico, ubicato nel centro storico, sono conservati non solo reperti di epoca preromana, fra cui alcuni frammenti di stele che riportano un'iscrizione epigrafica con caratteri messapici, definita "il più illustre documento linguistico dell'antica Daunia" (O.Parlangeli), ma anche materiali fittili (vasi di forme e grandezze diverse, lacrimatoi, lucerne, olle funerarie), corredi metallici di usi diversi (armi, pentole, spille, spirali) ed àncore di pietre e di ferro.

Le necropoli paleocristiane di Vieste

Il Gargano è tra le prime regioni d'Italia a conoscere ed accettare il messaggio di Cristo. La diffusione fu opera principalmente dei marinai che avevano relazioni commerciali con i paesi del Levante, ma anche dei primi evangelizzatori orientali che sbarcavano sulle coste della Puglia, ma solo a partire dal III secolo l'accettazione si fa più sensibile. I neofiti si riuniscono in luoghi appartati, in ipogei scavati nelle rocce, forse già utilizzati dagli uomini della preistoria, per istruirsi, pregare insieme e seppellirvi i loro congiunti.

Questi luoghi, noti come necropoli paleocristiane, sono sparsi su tutto il territorio di Vieste, specie dove vi era un insediamento umano notevole. Le più note sono quelle di S. Nicola, nella zona Pantanello; della Salata e Salatella sulla punta rocciosa terminante con la spiaggia di Scialmarino; di Caprarezza, sulla collina nei pressi del Santuario di S. Maria di Merino; di Grotta Spagnola, ad una decina di chilometri a sud di Vieste; di S. Tecla nella zona omonima sulla litoranea Vieste - Mattinata e di Menelite in contrada Vignanotica; mentre quelle di S. Giacomo e di S. Lorenzo, nelle immediate vicinanze del paese, sono andate distrutte dai cavamonti. In tutte le necropoli si notano tombe terragne, sparse senza un ordine prestabilito, e tombe parietali, alcune delle quali inserite in arcosoli.

Vieste nel Medioevo

Durante la dominazione bizantina Vieste godette le attenzioni e i benefici del governo di Costantinopoli. In questo periodo fu amministrata dal turmarca, che si avvaleva della collaborazione dei notai, dei giudici, dei "boni homines" e del vescovo. Veniva scelto fra gli aristocratici locali e provvedeva alla difesa della città, all'amministrazione della giustizia, a regolare il commercio e a tutelare i diritti di proprietà e le esigenze della vita sociale.

Nella seconda metà dell'anno Mille diventò Signore di Vieste Roberto Drengot, nipote di Rainulfo, il primo normanno che scese in Puglia. In questo periodo furono costruiti nella parte alta della città il Castello e la Cattedrale. Per la sua posizione strategica, che da sempre costituì la testa di ponte col vicino oriente e meta obbligata per chi dal mare traeva risorse di vita, diventò anche un importante centro di difesa del Gargano.

Orseolo II, doge di Venezia, vi approdò nel 1002, quando accorse con 100 navi in aiuto di Bari assediata dai Saraceni. Il papa Alessandro III vi soggiornò per un mese prima di imbarcarsi alla volta di Venezia per firmare la pace con Federico Barbarossa (1177). L'imperatore Federico II di Svevia l'ebbe sempre a cuore e la colmò di benefici. Si vuole che nel 1242, dopo la terribile incursione operata dai Veneziani, alleati del Papa nella lotta contro il "Puer Apuliae", si portò personalmente in Vieste e, considerato i danni subiti, fece immediatamente restaurare la Cattedrale e il Castello e rinforzare le mura della città.

Qui venne anche catturato, per conto di Bonifacio VIII e Carlo II d'Angiò, Celestino V, dopo la rinuncia al papato, fuggiasco verso l'Illiria (1294).

Sempre soggetta alle incursioni piratesche, sono rimasti tristemente famosi gli eccidi operati dai Saraceni di Acmet Pascià (1480) e di Dragut Rais (1554), con gravi danni alla città e deportazione di innumerevoli abitanti.

I papi e Vieste

Alessandro III

Alessandro III arrivò a Vieste il 7 febbraio 1177, dopo esser passato per Benevento, Troia, Siponto e Monte S. Angelo, dove si presentò pellegrino nella Sacra Grotta di S. Michele. Era diretto a Venezia per firmare la pace, che poi sarà detta di Costanza, e porre fine alla lunga guerra fra l'Imperatore Federico Barbarossa, la Lega dei Comuni e il Papato. Questo itinerario gli fu suggerito dal re di Sicilia, Guglielmo II il Buono, per evitargli qualche triste imboscata.

Il Papa era accompagnato da numerosi cardinali, vescovi, abati, segretari, notari apostolici e dagli ambasciatori del re di Sicilia, Romualdo, arcivescovo di Salerno e Ruggero, conte di Trani. Secondo lo storico Pandolfo Collenucci, lo stesso Guglielmo II gli andò incontro con tutta la sua baronia e lo accompagnò "insino a Viesti, città di Monte S. Angelo, con molti cavalli bianchi, i quali donò al Papa per suo uso e gli armò 13 galee ornatissime".

L'ingresso fu trionfale: ad accoglierlo vi era il vescovo di Vieste, Simone, e una folla osannante. Solo il tempo fu inclemente e il mare che si rese impraticabile e burascoso per un intero mese, costringendo così Alessandro III ad una permanenza forzata. In tutto questo periodo egli non trascurò di amministrare la Chiesa e datò da qui ben 14 importantissimi documenti, alcuni dei quali interessanti la nostra provincia.

Salpò alla volta di Venezia il 9 marzo, dopo aver ricevuto le Sacre Ceneri dal vescovo Simone. La fortuna, ancora una volta non arrise agli illustri personaggi, perché, appena al largo furono sorpresi da un improvviso fortunale. Dieci galee riuscirono ad approdare presso la Pelagosa, mentre le due che trasportavano i cavalli del seguito ed un'altra galea, furono costrette a ritornare a Vieste.

Celestino V

Il Collegio dei Cardinali, dopo una vacanza di oltre due anni della Sede Pontificia, il 5 luglio 1294 elesse Papa l'eremita Pietro del Morrone. Questi era un monaco benedettino, che viveva fra i monti del Molise dedito alla vita contemplativa e alla preghiera ed era ritenuto dal popolo come santo. Accettò la nomina solo per obbedienza, ma con estrema riluttanza e si fece incoronare a L'Aquila con il nome di Celestino V.

Non aduso alla vita politica e al governo temporale della Chiesa ed anche per evitare di essere circuito da Carlo II d'Angiò e dagli stessi cardinali per loro interessi personali e ai danni della Chiesa, dopo aver fatto approvare dal Concistoro la bolla che prevedeva l'abdicazione di un Papa per gravi motivi, il 13 dicembre dello stesso anno si dimise. Per questo motivo Dante lo avrebbe accusato come "colui che per viltade fece il gran rifiuto" (Inferno, Canto III, 59-60), ma non tutti gli storici sono di questo parere. Celestino V voleva solo e per sempre ritornare alla solitudine dei monti della Maiella e continuare la vita di anacoreta.

Il nuovo Papa, Bonifacio VIII, però, per timore di uno scisma, lo costrinse a vivere con lui nei palazzi pontifici o in luoghi da lui sorvegliati. Il Santo eremita tentò allora la fuga e cercò di rifugiarsi fra i monti della Yugoslavia (o della Grecia), dopo aver trattato il trasbordo con un marinaio di Rodi Garganico.

Si narra che ogni qualvolta si apprestava, insieme ad altri due confratelli a partire, il mare diventava agitato, costringendo i fuggiaschi a rientrare in porto. Nell'ultimo tentativo, dopo essersi allontanato per circa 15 miglia, il natante, sorpreso da una improvvisa mareggiata, fu sospinto sulla costa di Vieste. I marinai, impressionati da questo continuo mutar del tempo, lo abbandonarono probabilmente sulla spiaggia di Scialmarino.

Pietro Celestino (come successivamente venne chiamato il Papa dimissionario) forse fu ospite per nove giorni presso la grancia benedettina di Càlema. Qui venne a prelevarlo, in nome di Bonifacio VIII e di Carlo II d'Angiò, il governatore di Vieste. Fu condotto in Vieste su un umile asinello, preceduto dalle grida festose dei ragazzi e accolto dal vescovo Angelo fra le entusiastiche acclamazioni della popolazione. Fu trattenuto con riguardo, venerazione e onore e, si vuole che durante il suo soggiorno, operò diversi miracoli.

Il 16 maggio vennero in Vieste Rodolfo, patriarca di Gerusalemme, Ludovico d'Alvernia, priore della Santa Milizia, Guglielmo di Villareto, priore di Provenza, il contestabile del Regno Guglielmo d'Estendard, il cavaliere Pietro da Cremona ed altri prelati e nobili signori che lo accompagnarono ad Anagni, dopo esser passati per Monte S. Angelo, Foggia, Benevento e Capua. Morì nel Castel Fumone, presso Ferentino, il 19 maggio 1296.

Gregorio VIII

E' uno dei vescovi più famosi che abbia avuto la Diocesi di Vieste. Bolognese di nascita, riformista cattolico convinto e canonista insigne, partecipò attivamente al Concilio di Trento come Uditore della Camera Apostolica e ricoprì incarichi di prestigio in diverse Commissioni, dando notevoli contributi di idee ed opere.

Fu consacrato vescovo di Vieste il 20 luglio 1558 dal papa Paolo IV e sostituì Giulio Panesio, innalzato alla dignità arcivescovile di Sorrento.

Ebbe a governare la Diocesi per due anni, in momenti molto difficili: la città, infatti, ancora non si riprendeva dal terribile sacco del famigerato Draguth e la Chiesa di Roma era minacciata dalla Riforma luterana, mentre l'Europa viveva fra aspre turbolenze civili e politiche.

Provvide con munificenza a dotare la Cattedrale di arredi molto pregiati, di vasi sacri, di paramenti preziosi, quadri, anche se, a quanto pare, non venne mai sul Gargano.

Il papa Pio IV, con bolla del 12 marzo 1562, gli offrì il cappello cardinalizio e, al termine del Concilio, lo volle a Roma, nominandolo Assistente di Cappella ed assegnandolo come compagno di S. Carlo Borromeo.

Pur ricoprendo tali prestigiosi incarichi sottoscrisse, fino al 1566, tutti gli atti con "Ego Ugo Boncompagnus, Episcopus Vestanus". Il 13 maggio 1572 salì al trono pontificio col nome di Gregorio XIII e fu fra i più saggi della storia della Chiesa. Mise in atto tutte le direttive del Concilio di Trento, riformò il calendario giuliano, bandì il giubileo dell'Anno Santo del 1575 e diede largo impulso alla cultura, favorendo la fondazione di scuole e collegi.

Né da Papa dimenticò la sua Diocesi di Vieste: la fece riportare nelle Carte Geografiche affrescate nelle Sale Vaticane e concesse all'altare della Cappella di S. Michele della Cattedrale il grande privilegio dell'acquisto delle indulgenze plenarie per l'anima dei defunti durante la Messa di suffragio celebrata da un sacerdote locale.

Il risorgimento

Come tutte le città d'Italia, anche Vieste ha dato il suo contributo di pensiero e di sangue durante il periodo del Risorgimento. Fin dagli inizi del XIX secolo molti professionisti viestani hanno accettato e diffuso l'idea sull'unità italiana, propugnata in tutto il Regno di Napoli dal re Gioacchino Murat e, successivamente, da Giuseppe Mazzini.

Ma il ritorno a Napoli di Ferdinando IV ha determinato la condanna a morte o al carcere duro per molti sostenitori dell'unità nazionale e ha costretto altri eminenti personaggi a fuggire dal Regno. Altri, invece, si sono eclissati ed hanno continuato, tramite società segrete, l'opera di propaganda di italianità. Anche il gruppo dei liberali viestani non si è arreso e ha costituito una vendita della Carboneria.

Primo Gran Maestro è stato Emanuele Abruzzini, un legale definito nei rapporti della polizia come "antico ed effervescente settario", collaborato da un buon numero di dignitari. A parteciparvi non erano soltanto i professionisti e gli studenti che periodicamente portavano da Napoli gli entusiasmi dei cospiratori, anche operai e contadini attratti dal miraggio della spartizione dei terreni demaniali.

Questa vendita, scelta dai carbonari di tutta la Provincia di Capitanata, aveva anche l'ingrato compito di sopprimere i traditori e di gettarli a mare chiusi in un sacco.

In opposizione alla Carboneria è sorta anche la Società dei Calderali del Contrappeso, voluta e diffusa da Antonio Capece Minutolo, ministro della Polizia, che, servendosi di elementi facinorosi, aveva il compito di spargere in Vieste notizie allarmanti e provocare la reazione dei Carbonari.

Durante i moti sollevatisi in tutto il Regno per richiedere la Costituzione, anche Vieste è insorta e ha subito le crudeli repressioni dello Stato. Nel 1848 ben 72 cittadini sono stati perseguitati e condannati per alcuni anni a duro carcere come sovversivi o per i discorsi oltraggiosi rivolti alla Sacra Maestà del Re.

Nel 1861, circa 10 mesi dopo il positivo Plebiscito per l'annessione del Regno di Napoli a quello di Piemonte, il 27 luglio una sedizione provocata dai filoborbonici, è sfociata nel sangue e ben otto cittadini sono stati barbaramente trucidati.

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Di seguito troverete una serie di link che vi faranno conoscere la città di Vieste e tutto il Gargano. Farete un viaggio alla scoperta delle meraviglie del nostro territorio. Partendo dalla storia del nostro paese passeremo attraverso costumi e tradizioni che fanno di questa città la perla del Gargano.


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